Le 3 S del contatto interpersonale

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Quando si parla di “soft skills” o competenze relazionali, è importante ricordare che il “mattone” di qualsiasi relazione è costituito dal primo contatto...

Occorre che lo sguardo non sia mai generico,

ma si posi una volta per sempre.

Si cerca uno sguardo che non vada in frantumi,

ma sia potenza, costanza e dia fiducia

M.Goldin

Quando si parla di “soft skills” o competenze relazionali, è importante ricordare che il “mattone” di qualsiasi relazione è costituito dal primo contatto. Un contatto efficace avviene solitamente attraverso tre step, le cosiddette “ tre S del contatto”:

1) sguardo

2) sorriso

3) saluto

Lo sguardo

Un’interazione, per potersi sviluppare successivamente in una relazione efficace, presuppone un minimo di contatto oculare, dai 3 ai 5 secondi almeno. Al di là delle relazioni che possiamo tessere virtualmente, solo quando ci troviamo a “quattr’occhi” con una persona possiamo instaurare una comunicazione autentica.

In tal caso, se alcune persone ci fanno sentire a nostro agio, altre ci innervosiscono o addirittura ci sembrano infide: questo dipende da quanto ci guardano ( o al contrario, da quanto non ci prestano la minima attenzione ) o da quanto a lungo sostengono il nostro sguardo mentre parlano.

In generale, in gran parte delle culture, se desideriamo instaurare un rapporto valido e paritario con il nostro interlocutore, dobbiamo incrociarne lo sguado per il 60 – 70% del tempo, cosa che indurrà a sua volta l’interlocutore ad apprezzarci.

Il Sorriso

Dopo lo sguardo, è il sorriso a comunicare al nostro interlocutore che non siamo pericolosi, invitandolo ad accettarci a livello personale. Una caratteristica rilevante del sorriso è che, quando lo rivolgiamo a qualcuno, questi viene indotto a ricambiare, anche se può trattarsi di un “finto” sorriso, dettato dalle circostanze.

Possiamo riconoscere un sorriso sincero da uno forzato, per la presenza delle “zampe di gallina” attorno agli occhi, e dagli angoli della bocca rivolti verso l’alto. Diversamente, un finto sorriso interessa solo le labbra. E’ spesso più marcato su un lato del volto, dato che entrambi gli emisferi cerebrali tentano di farlo sembrare vero: la parte di corteccia specializzata nelle espressioni facciali è quella dell’emisfero destro e invia segnali per lo più al lato sinistro del corpo.

Di conseguenza, i sentimenti “finti” appaiono più pronunciati sul lato sinistro del viso che su quello destro. Al contrario, in un sorriso vero, entrambi gli emisferi agiscono in modo che le espressioni facciali siano simmetriche.

Il Saluto

Madre Natura ci ha dotato di un mezzo eccezionale: il linguaggio! Possiamo sforzarci di articolare un “ciao” anche nei confronti di quelle persone che “a pelle” non percepiamo particolarmente simpatiche o inclini alla relazione.

Questo perché il saluto è prima di tutto buona educazione, cortesia. Se andiamo alla “fonte”, ci accorgeremo che è da una pura formalità (quale può essere il saluto, appunto) che facciamo fiorire la maggior parte delle nostre relazioni.

Dobbiamo pensare al saluto come a un potente “attivatore relazionale”, senza il quale difficilmente potremmo imbastire relazioni successive. Molto banalmente, se mi presentassi ad un colloquio di lavoro omettendo le tre S del contatto probabilmente non avrei molte speranze di ottenere il posto per il quale mi sono candidata.

Le tre S del contatto sono ricorsive, poiché come scrive Franca Ferrario, docente di metodologie professionali, “non si può negare che il processo conoscitivo, comunque reciproco – conosco e mi faccio conoscere – maturi durante tutto il percorso”.

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